Archivio per la categoria Il senso della vita

Un sabato italiano.

Un sabato sera.
Di fatto, l’ultimo sabato sera di questo inverno così lungo e umido e gelido e pesante.
Un sabato sera in cui ci si aspetta una pizza o una birra, un’uscita col fidanzato o con gli amici, risate e chiacchiere, musica e un cocktail, un gioco da tavola o l’ultimo film uscito nelle sale cinematografiche, il primo bacio o una botta e via in auto in chissà quale via di periferia.
Un sabato sera in cui ti aspetti almeno una di queste cose e non di certo di piangere lacrime amare fino a sentirtele risalire dalla parte profonda del tuo stomaco.
Un sabato sera in cui scopri che c’è un qualcuno lì fuori, almeno uno per ognuno di noi, che muore di freddo, steso a terra su ciò che gli rimane di una vita in brandelli.
Un sabato sera di vigili urbani chiamati una, due, tre volte, invano. Perchè il traffico del centro vale molto di più del respiro sfiancato di un uomo. Anche se quel respiro sfiancato è a un solo isolato di distanza.
Un sabato sera di 118 arrivato in soccorso solo perchè il respiro sfiancato del malcapitato era sulla strada del ritorno, a un passo della centrale.
Un sabato sera di sevizi sociali con la faccia incazzata, perchè cazzo, è sabato sera, ho la pizza, la birra, il fidanzato, gli amici, le risate, le chiacchiere, la musica e un cocktail che ho pagato 5 fottutissimi euro, un gioco da tavola da imparare e l’ultimo film al cinema da guardare, il primo bacio e una squallida scopata in auto in chissà quale via sperduta di periferia e poco mi importa del respiro sfiancato di questo malcapitato.

A me invece di questo ultimo sabato sera di inverno rimangono gli occhi gonfi di lacrime, nei quali si rispecchia il ricordo di un uomo a cui non rimane più nulla. Solo due borsoni che stringe a sè gelosamente e paurosamente. Solo due borsoni pesanti di chissà cosa, in cui forse conserva gli ultimi pezzi di una vita andata a pezzi troppo presto.
Il ricordo di un uomo al quale la morte ha strappato la moglie, il figlio, la madre, il padre. E poi la pelle, i denti, i capelli neri, per lasciare spazio a qualche misero capello bianco. E poi il calore, quello di un letto alla sera, quello di un sorriso alla mattina, quello di un tetto fisso ad ogni ora sopra la testa, a cui non resta che un cappellino bordeaux consunto e infeltrito.
Il ricordo di un uomo costretto a dormire sull’asfalto di un marciapiedi, su un giaciglio di fortuna e di plastica, senza neanche un posto dove poter pisciare dignitosamente.
Il ricordo di un uomo che prega il suo dio ogni giorno. Prega di chiamarselo a sè ogni giorno.
Il ricordo di un uomo di un altro Paese, nel quale un tempo aveva una vita normale, con un lavoro normale, con uno stipendio normale, che nessuno gli portava via a fine giornata, quando esausto si infilava nel suo letto normale.
Il ricordo di un uomo che non riesce neanche più a reggersi in piedi, tante sono le botte che ha preso sui fianchi, sulle ginocchia, dentro il cuore.
Un uomo che non parla bene l’italiano, ma ancora la forza di denunciare quanto razzismo ci sia in un campo rom nei confronti di chi non è “tzigano”.
Un uomo con il portafoglio marrone chiaro, in cui il vuoto è estremamente e perfettamente in ordine.
Un uomo che non si stanca di dire grazie. Grazie per un sacco a pelo rosso, per una sciarpa grigio scuro, per due bicchieri di thè caldo, per una bottiglietta di acqua, per un gesto d’affetto semplice, com’è quello di chi rimbocca le coperte.
Un uomo con gli occhi lucidi e stanchi, ormai vuoti di speranze.
Un uomo a cui la vita ha tolto tutto.
Tutto.
Tranne le sua vita.
Che agli occhi dei più merita solo un posto in una sala d’aspetto di una stazione.

Ad A. e ai suoi occhi
che mi hanno sfondato il cuore
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Il mondo che vorrei.

L’unico mondo reale.
L’unico mondo possibile.
L’unico mondo sincero.
L’unico mondo sensibile.
L’unico mondo da cui l’uomo deve imparare.

L’unico mondo che vorrei.

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I Giusti.

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sud giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che intuisce un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Jorge Luis Borges

In sottofondo Vieni Via Con Me – Rai 3

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Diagnosi di una giornata tipo.

La ricerca di un libro. La ricerca del titolo di una canzone. La ricerca dell’attimo da fotografare. La ricerca di un attimo per sviluppare quell’attimo. La ricerca di un minuto per riposare e di un minuto da impostare sulla sveglia al mattino. La ricerca di una meta, la ricerca della metà. La ricerca degli ingredienti da mescolare per fare un ciambellone grande grande. La ricerca di un locale da invadere il venerdì sera. La ricerca di un profumo, sugli scaffali di una drogheria o per le strade, appiccicato alle persone, per farmi compagnia quando cammino sola. La ricerca di una frase emblematica, di una parola nuova, di un significato da comprendere o spiegare. La ricerca del sole, del fresco o del caldo, dell’odore del mare. La ricerca di un bacio stesi nel letto. La ricerca di una mano, incrociata alle dita, in mezzo alla gente. La ricerca di un amico, di un ricordo stampato su carta lucida e sui muscoli. La ricerca di un regalo, di un premio, di una gara, di adrenalina nuova. La ricerca di un concerto giusto per assaporare una birra rossa. La ricerca dell’amante giusto, la ricerca di una casa, la ricerca di una data da registrare, da festeggiare, da ricordare. La ricerca di un bambino. La ricerca di un luogo per la Pasquetta, di uno per il 25 aprile, di uno per il 1 maggio. La ricerca della bibita giusta. La ricerca di una bustina di thè, di chocolate black tea. La ricerca di una colpa, di una smentita, di una scusa, di un errore. La ricerca di una lavoro. La ricerca di un lavoro. La ricerca di un lavoro. La ricerca che più mi attanaglia lo stomaco, più mi offusca la ragione, più destabilizza la mia pazienza. La ricerca di una coperta più fresca, di un film in tv o in dvd. La ricerca di fasce colorate da arrotolare intorno alle mani, per picchiare meglio, per picchiare più forte. La ricerca di una parola sussurrata. La ricerca di una pizza, di una maglietta scivolata in fondo al cassetto, di una boccetta di smalto, di un vecchio CD, di qualcosa da mettere dentro un sandwich. La ricerca di un pensiero per stare meglio, di una soluzione, di una distrazione. La ricerca di una carezza, di un negozio, di un programma da seguire. La ricerca di un post da scrivere. La ricerca di qualcosa da leggere, di un gioco da fare in compagnia. La ricerca dell’amore e dei frutti che esso dà. La ricerca della felicità e della pace dei sensi.
La ricerca di ogni cosa. La ricerca di qualsiasi cosa. Senza sosta. Senza soluzione di continuità. Tra affanni e speranze che stentano a stare in piedi. Almeno per questa giornata.

In sottofondo El mañana – Gorillaz

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