Articoli con tag chiodi

Quando certe canzoni creano dipendenza.

Io non lo so perchè ma non smetto di ascoltare questa canzone da giorni.
E’ bella, bellissima. E’ intima, la sento intima. Intimissima.
E non smetto neanche di averla in testa quando lo stereo o le casse del computer sono spenti.
Mi emoziona, mi piace, mi piace un sacco.
Automaticamente è diventata la mia canzone preferita di questo artista che preferisco già tanto.

E’ il caso di dirlo. Amo Dente.

Buon ascolto.

In sottofondo la suddetta canzone che crea dipendenza.

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Un sabato italiano.

Un sabato sera.
Di fatto, l’ultimo sabato sera di questo inverno così lungo e umido e gelido e pesante.
Un sabato sera in cui ci si aspetta una pizza o una birra, un’uscita col fidanzato o con gli amici, risate e chiacchiere, musica e un cocktail, un gioco da tavola o l’ultimo film uscito nelle sale cinematografiche, il primo bacio o una botta e via in auto in chissà quale via di periferia.
Un sabato sera in cui ti aspetti almeno una di queste cose e non di certo di piangere lacrime amare fino a sentirtele risalire dalla parte profonda del tuo stomaco.
Un sabato sera in cui scopri che c’è un qualcuno lì fuori, almeno uno per ognuno di noi, che muore di freddo, steso a terra su ciò che gli rimane di una vita in brandelli.
Un sabato sera di vigili urbani chiamati una, due, tre volte, invano. Perchè il traffico del centro vale molto di più del respiro sfiancato di un uomo. Anche se quel respiro sfiancato è a un solo isolato di distanza.
Un sabato sera di 118 arrivato in soccorso solo perchè il respiro sfiancato del malcapitato era sulla strada del ritorno, a un passo della centrale.
Un sabato sera di sevizi sociali con la faccia incazzata, perchè cazzo, è sabato sera, ho la pizza, la birra, il fidanzato, gli amici, le risate, le chiacchiere, la musica e un cocktail che ho pagato 5 fottutissimi euro, un gioco da tavola da imparare e l’ultimo film al cinema da guardare, il primo bacio e una squallida scopata in auto in chissà quale via sperduta di periferia e poco mi importa del respiro sfiancato di questo malcapitato.

A me invece di questo ultimo sabato sera di inverno rimangono gli occhi gonfi di lacrime, nei quali si rispecchia il ricordo di un uomo a cui non rimane più nulla. Solo due borsoni che stringe a sè gelosamente e paurosamente. Solo due borsoni pesanti di chissà cosa, in cui forse conserva gli ultimi pezzi di una vita andata a pezzi troppo presto.
Il ricordo di un uomo al quale la morte ha strappato la moglie, il figlio, la madre, il padre. E poi la pelle, i denti, i capelli neri, per lasciare spazio a qualche misero capello bianco. E poi il calore, quello di un letto alla sera, quello di un sorriso alla mattina, quello di un tetto fisso ad ogni ora sopra la testa, a cui non resta che un cappellino bordeaux consunto e infeltrito.
Il ricordo di un uomo costretto a dormire sull’asfalto di un marciapiedi, su un giaciglio di fortuna e di plastica, senza neanche un posto dove poter pisciare dignitosamente.
Il ricordo di un uomo che prega il suo dio ogni giorno. Prega di chiamarselo a sè ogni giorno.
Il ricordo di un uomo di un altro Paese, nel quale un tempo aveva una vita normale, con un lavoro normale, con uno stipendio normale, che nessuno gli portava via a fine giornata, quando esausto si infilava nel suo letto normale.
Il ricordo di un uomo che non riesce neanche più a reggersi in piedi, tante sono le botte che ha preso sui fianchi, sulle ginocchia, dentro il cuore.
Un uomo che non parla bene l’italiano, ma ancora la forza di denunciare quanto razzismo ci sia in un campo rom nei confronti di chi non è “tzigano”.
Un uomo con il portafoglio marrone chiaro, in cui il vuoto è estremamente e perfettamente in ordine.
Un uomo che non si stanca di dire grazie. Grazie per un sacco a pelo rosso, per una sciarpa grigio scuro, per due bicchieri di thè caldo, per una bottiglietta di acqua, per un gesto d’affetto semplice, com’è quello di chi rimbocca le coperte.
Un uomo con gli occhi lucidi e stanchi, ormai vuoti di speranze.
Un uomo a cui la vita ha tolto tutto.
Tutto.
Tranne le sua vita.
Che agli occhi dei più merita solo un posto in una sala d’aspetto di una stazione.

Ad A. e ai suoi occhi
che mi hanno sfondato il cuore
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Le ore.

Le ore fredde e quelle appena più tiepide.
Le ore gialle e poi d’improvviso, sorprendentemente, le ore bianche.
Le ore umide, quelle zuppe e quelle ventose, che ti scompigliano i capelli appena stirati.
Le ore sola nei tuoi nascondigli e quelle nella confusione di luci, campanelle, buste, pacchi e persone affannate, felici ma anche no.
Le ore a rimettere a posto sempre troppe cose e quelle in cui vorresti mettere solo disordine. Anche solo qualcosina.
Le ore a chiacchierare e quelle ad ascoltare.
Le ore in silenzio e quelle ad assordarsi di musica, vecchia, nuova, sconosciuta, ripetuta a memoria.
Le ore sul letto e quelle in cui vorresti solo ballare.
Le ore a bere birra senza sosta e quelle della tisana o della cioccolata bollente.
Le ore del the bianco, della mimosa e dell’olio di avocado sulla pelle umida.
Le ore a guardare fotografie e le ore a scattarle.
Le ore a scrivere e quelle a leggere.
Le ore ad architettare, a combinare, a immaginare, e poi, di botto, quelle in cui ti ritrovi a dover fare.
Le ore a guardare, ad osservare, a scrutare.
Le ore con la nebbia sul balcone e quelle, ormai poche, con i raggi bollenti.
Le ore dei massaggi, quelle della sauna e quelle in una piscina bollente. Tra mille bolle colorate.
Le ore con la gola in fiamme e quelle con la testa in fumo.
Le ore dei se, dei ma, dei forse e quelle dei chissà.
Le ore con la carta colorata, con i fiocchi e con il nastro adesivo appiccicato ovunque.
Le ore dei collant a pois e quelle dei collant blu elettrico.
Le ore a comprare il vino e quelle a chiacchierare col terzo piano.
Le ore piene e quelle vuote.
Le ore leggere e quelle pesanti.
Le ore sensate e quelle insensate.
E poi d’improvviso le ore inattese.
Belle. Brutte. Ibride.

In sottofondo Lope – Sad Lovers and Giants

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Sex and the city, gli uomini, l’atarassia.

Eppure c’è Sex and the city.
Abbiamo guardato per anni i suoi episodi. Tutti. In tutte le ore del giorno.
Abbiamo collezionato i suoi episodi preziosamente. Per avere un punto di riferimento. Un vademecum da rivedere all’occorrenza.
Doveva essere tutto più facile, più chiaro.
Ma, a quanto pare, l’indottrinamento non è stato abbastanza efficace.
Le parole sono le stesse, le immagini sono le stesse, le lacrime sono le stesse, le speranze spezzate sono le stesse, le promesse mancate sono le stesse, i dolori poco più sù dello stomaco sono gli stessi, gli errori sono esattamente gli stessi.
Gli uomini sono gli stessi. Anche quelli che credevi diversi.
Hanno età diverse, stature corporee diverse, bellezze diverse, voci diverse, culture diverse, fanno lavori diversi, guidano automobili diverse, indossano vestiti diversi, ascoltano musica diversa.
Ma sono tutti esattamente uguali.
Sono gli stessi uomini che abbiamo incontrato nelle nostre vite passate, che abbiamo sentito citare dalle nostre amiche migliori, che abbiamo letto sui giornali scandalistici, che abbiamo dimenticato con tutte noi stesse, ma evidentemente non ci hanno mai abbandonate. Loro che ci hanno lasciate perchè siamo troppo perfette. Perchè siamo la donna giusta nel momento sbagliato. Perchè siamo troppo per loro. Perchè vogliono solo scopare. Perchè non sanno scopare. Perchè hanno smesso di amare. Perchè non l’hanno mai fatto. Perchè non sanno farlo.
Sono gli stessi uomini che ci hanno abbandonato sole in stazione, che si sono tenuti i nostri orecchini dimenticati sul comodino dopo una serata che credevi fosse un inizio.
Sono gli stessi uomini con cui almeno una volta hai organizzato un matrimonio, dei figli, un cagnolone e una splendida casa piena di fotografie.
Sono gli stessi uomini per cui hai acquistato una quantità indefinibile di vestiti e scarpe, che adesso osservi e non sai se metterai mai, o mai più.
Sono gli stessi uomini che ti hanno promesso, che ti hanno promesso, e che ti hanno promesso ancora. Ma non hanno mai mantenuto.
Sono gli stessi uomini con i quali hai prenotato una vacanza che probabilmente faranno con un’altra.
Sono gli stessi uomini che hanno tolto tutto il mondo, pezzo dopo pezzo, sotto il tuo tacco 12.
Sono gli stessi uomini che hanno desaturato le pareti delle tue giornate infinite.
Sono gli stessi uomini che ti voltano le spalle e che sei certa non sentirai più.
Sono gli stessi uomini che hanno paura di prendersi sul serio.
Sono tutti quegli uomini imperturbabili dinanzi alle passioni.
Ottusamente convinti che stando con te dovranno rinunciare alla loro vita passata.

Sono tutti quegli uomini veri.
Esattamente come la finzione.

In sottofondo Wrong – Depeche Mode

Dedicato a Te che non sei tutto questo.
E a Te che meriti il contrario di tutto questo.

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Memoranda.

Molto spesso ho tanto da dire e altrettanto spesso non ho il tempo per farlo. E così va a finire che perdo attimi da ricordare, profumi da riannusare, suoni da canticchiare in testa. E questa cosa non mi piace affatto.
Questa settimana per esempio il mio cellulare ha deciso di non accendersi più. Dopo vari tentativi sono riuscita a resettarlo ma, così facendo, ho perso tutto. Tutta la mia rubrica, compresi i miei contatti più giovani, tutte le fotografie, tutte le registrazioni audio e soprattutto tutti i messaggi. Centinaia di messaggi che custodivo gelosamente. Centinaia di sms che potevo conservare fiera e tronfia, perchè la memoria del mio splendido smartphone – di cui eviterò di fare pubblicità occulta – è pressocchè infinita. Centinaia di sms sperduti in uno strano black hole di cui ignoro tutt’oggi la ragione e soprattutto la sua utilità .
Questo episodio mi ha fatto riflettere. Ho perso l’abitudine di appuntarmi tutto sulla mia fedele Smemoranda che acquisto, puntualmente, ogni settembre. E con essa ho perso tanti pezzettini di vita. Che rabbia.
Ora so perfettamente che, scrivendo su una pagina materialmente inesistente come questa, in una pratica molto elementare, non cambierà nulla, ma se non altro proverò a fissare tutto ciò che vorrò ricordare. Del resto anche quando preparavo i miei esami all’università io non ho mai ripetuto ad alta voce. Non mi serviva a niente. Io scrivevo, scrivevo, scrivevo. La cantina è strapiena di quadernoni di appunti. Ma in questo modo non sono mai stata bocciata ad un esame. Neanche ad uno. Scrivere mi aiuta a memorizzare e a ricordare meglio. E’ l’esercizio che reputo più utile ed efficace in assoluto. E per questo motivo i miei alunni – credo – mi odino. Non fanno che scrivere.
Pertanto, da questo momento in poi, appunterò tutto, fosse anche in maniera asettica e cotenutisticamente scollegata. Farò una specie di resoconto settimanale. Una lista di cose fatte più che da fare. Per non dimenticare. Per ricordare quando il mio cervello, per qualche strano motivo, verrà brutalmente resettato.
Ho comprato i miei nuovi occhiali da vista, inaspettatamente color arancione e non viola.
Ho parlato in radio, semiavverando un piccolo sogno nel cassetto. Tutto merito del mio amico Corrado. Mi ha intervistato ed abbiamo parlato di archeologia. Del museo archeologico di Bari, dell’edificio stile Ikea rinvenuto nei pressi di Potenza, della settimana della cultura. E’ stato bellissimo. E vorrei riviverlo. Ogni giovedì, di ogni settimana della mia vita.
Ho assistito alla presentazione di un corso di fotografia al quale mi iscriverò senza dubbio.
Ho provato rabbia nei confronti della scuola di oggi.
Ho mangiato la frittata di zucchine che mi prepara mia suocera. E mi sono leccata i baffi come se fosse la prima volta che la assaporavo. Come la prima volta che l’ho assaporata.
Ho riascoltato la colonna sonora del mio film preferito. E chi mi conosce bene sa perfettamente qual è.
Ho sentito il primo caldo della stagione.
Ho mangiato il secondo gelato della stagione: cocco, bacio e doppia panna.
Sono stata a Polignano. E’ sempre più bella.
Ho visto il viso di mia sorella di nuovo sereno.
Ho letto tutte le scritte d’amore sui muri della scuola vicino casa. Ed ho sorriso.
Ho parlato di matrimonio con il mio compagno. Ma pare ancora troppo presto.
Ho pensato almeno una volta al giorno alle persone che amo di più.
Ho desiderato un bagno nel mare di Campomarino.
Ho visto La Sconosciuta di Tornatore. E mi è bruciato lo stomaco.
Ho sentito nostalgia della trowel e della mia amata Egnazia.
Ho perso un sacco di tempo al pc.
Sono stata in palestra solo una volta. E questo non va bene.
Ho deciso di fare una piccola dieta. Per recuperare i giorni persi in palestra.
Ho baciato il mio uomo, mia sorella, i miei genitori e Otto.
E come sempre mi sono emozionata. Per tanti motivi. Nel bene e nel male.

In sottofondo Le Valse d’Amelie – Yann Tiersen

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Chiodi.

Ci sono pensieri che proprio non ti danno tregua. Ci sono pensieri così forti che prendono forma. Che premono sul petto, sulla schiena, lungo la pancia fino a salire sulla gola, a graffiare nella gola, dove fanno più male.
Ci sono pensieri dolci di miele, sbagliati come un controsenso, anelati come un thè freddo in piena estate, agri e dolci come l’incenso e il cioccolato, pungenti come l’acqua che ti sorprende in un pomeriggio placido, quando sei senza ombrello, scuri come un corridoio senza luci, luminosi come l’antica corte interna di un vecchio palazzo subito dopo le sei di pomeriggio. Ci sono pensieri pensati fino a non dormire la notte. Fino a volerne ancora, quando non puoi averne. Quando bisogna scappare, senza guardarsi indietro. Ci sono pensieri sbirciati, quando non puoi guardarli dritti negli occhi.
Ci sono pensieri strani, che prosciugano la saliva, che accarezzano le dita, che scivolano nello stomaco con un bicchiere d’acqua senza bollicine.
Ci sono pensieri che vorresti ancora, che ti tormentano, che si inchiodano, che accantoni e che spuntano all’improvviso. Mentre, di domenica pomeriggio, fuori piove ancora.

In sottofondo Well I Wonder – The Smiths

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