Articoli con tag fotografia

Che sapore ha la felicità?

Il tuo film preferito. Preferito perchè la protagonista è praticamente la versione più famosa di te stessa. Preferito, perchè è il primo film che hai visto con lui, stretti sul divano bianco.
Le foto di una giostra retrò, con cavalli e carrozze rosa antico e giallo.
Le vie di Parigi che ti sembra di conoscere da una vita, anche se nella tua vita le hai attraversate solo una volta.
Quella musica là, quella che ti emoziona ogni volta, che riconosceresti anche al silenzio, la tua preferita tra le preferite.
E poi un messaggio inaspettato, un volantino in ascensore, l’odore di erba appena tagliata e quello di bucato fresco tra le lenzuola viola, il sole sempre più lento, i progetti tra photoshop ed electrowave tedesca, le cene da fare tutti insieme, lo sciroppo da scegliere per la torta con le scaglie di cioccolato fondente, e i desideri misti a voglia.
Ed ecco un sorriso sul cuscino.
Agre sulla punta della lingua.
Dolce giù, dentro la gola.
Come la felicità.
Bonne nuit.

In sottofondo Yann Tiersen – J’y suis jamais allè.

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Le ore.

Le ore fredde e quelle appena più tiepide.
Le ore gialle e poi d’improvviso, sorprendentemente, le ore bianche.
Le ore umide, quelle zuppe e quelle ventose, che ti scompigliano i capelli appena stirati.
Le ore sola nei tuoi nascondigli e quelle nella confusione di luci, campanelle, buste, pacchi e persone affannate, felici ma anche no.
Le ore a rimettere a posto sempre troppe cose e quelle in cui vorresti mettere solo disordine. Anche solo qualcosina.
Le ore a chiacchierare e quelle ad ascoltare.
Le ore in silenzio e quelle ad assordarsi di musica, vecchia, nuova, sconosciuta, ripetuta a memoria.
Le ore sul letto e quelle in cui vorresti solo ballare.
Le ore a bere birra senza sosta e quelle della tisana o della cioccolata bollente.
Le ore del the bianco, della mimosa e dell’olio di avocado sulla pelle umida.
Le ore a guardare fotografie e le ore a scattarle.
Le ore a scrivere e quelle a leggere.
Le ore ad architettare, a combinare, a immaginare, e poi, di botto, quelle in cui ti ritrovi a dover fare.
Le ore a guardare, ad osservare, a scrutare.
Le ore con la nebbia sul balcone e quelle, ormai poche, con i raggi bollenti.
Le ore dei massaggi, quelle della sauna e quelle in una piscina bollente. Tra mille bolle colorate.
Le ore con la gola in fiamme e quelle con la testa in fumo.
Le ore dei se, dei ma, dei forse e quelle dei chissà.
Le ore con la carta colorata, con i fiocchi e con il nastro adesivo appiccicato ovunque.
Le ore dei collant a pois e quelle dei collant blu elettrico.
Le ore a comprare il vino e quelle a chiacchierare col terzo piano.
Le ore piene e quelle vuote.
Le ore leggere e quelle pesanti.
Le ore sensate e quelle insensate.
E poi d’improvviso le ore inattese.
Belle. Brutte. Ibride.

In sottofondo Lope – Sad Lovers and Giants

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Pubblicità occulta.

Appello per tutti gli amici di Facebook che passano curiosi di qui: se vi piace questa mia foto, votatela. Basta un solo clic.

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Denkiu.

In sottofondo il silenzio di un lunedì pomeriggio.

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I segni di un mercoledì.

Dello scorso mercoledì porto ancora i segni addosso.
Un livido sul ginocchio, il caldo sciolto sulla pancia, due punture di zanzara sul braccio destro.
La scia di una brezza timida lungo la schiena bagnata, l’odore del ferro arrugginito nei palmi delle mani, il sapore del doppio malto sulle labbra tumide di afa, il profumo del cocco incastrato tra i capelli e quello del muschio bianco lasciato per strada da chissà chi.
Il fragore delle risate lì dove l’anima si rilassa più rapidamente e il cinguettio di doppi sensi tra i bicchieri e le posate di un tavolo rosso e blu a strapiombo sul mare.
Lo stridore di taluni desideri che forse non combaciano con il resto lungo le gambe e la bramosia di nuovi ricordi da conservare nel cassetto più intimo, tra la lingerie e le magliette colorate.
E poi la voglia di rivederlo prendere vita e muoversi, quel mercoledì, nei medesimi luoghi in cui è nato, ci ha sorriso e poi è morto.

In sottofondo Two weeks – Grizzly Bear

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Bonne nuit.

Una notte non lontano dal mare.
Una notte vicinissima al mare, tra una pista ciclabile che forse sarà e giovani coppie di sposi a bordo di roboanti treruote.
Una notte di un luglio che sa di afa e salato, tra le 22 e le 3 di notte, o forse più.
Una notte, due automobili, cinque anime. E le risate, le parole, i rumori a rincorrersi nell’ombra delle loro eco quando tutto è buio. Quando tutto è rosso. Quando tutto comincia a vedersi dopo cinque minuti, forse sette.
Una notte su strade senza asfalto, tra erbacce e secchi vuoti, illuminati da quattro luci messe in fila.
Una notte in una fabbrica semiabbandonata, tra vetri rotti, lavelli impilati senza armonia e scale che non portano da nessuna parte. Almeno lì, dove gli alberi crescono sotto i tetti di cemento armato, alti e severi.
Una notte in un posto stregato, ammaliato e ammaliante, tra sogni che si sono avverati e sogni che si avvereranno. Tra paure, tra ombre lente, tra cani che abbaiano tristi, per la loro vita serrata lì dove la vita smette di vivere alle 18 di ogni giorno.
La notte dei tre CRE: crest, cremino, crecker.
Una notte sul lungomare, di fronte a un baretto che fa rumore, su una panchina a dire cose, a raccontarsi pezzi di storie, a immaginare un inverno per fortuna ancora troppo lontano.
Una notte su treppiedi montati male, dietro occhi che imprimono forti emozioni.
Una notte di nascosto, dove si sta bene, ma si ha paura. Dove si scappa, ma non si vede l’ora di tornare. Dove si scacciano le streghe e si salutano le fate.
Una notte, quella notte.
Una notte, domani notte.

In sottofondo Lighthouse – Interpol

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Metti una calda notte d’estate.

Metti una calda notte d’estate.
Con una maglietta leggera di cotone e un vento pungente e dissetante sulla pelle.
Tra l’ansia di ogni giorno scivolato e quella di ogni giorno immaginato.
A ridere, a chiacchierare, a camminare quando anche le vene e le caviglie ti paiono più leggeri. Almeno per qualche ora.
Su strade deserte color giallo ocra. Su strade sussurrate, che a tratti ti sembra di violare.
Tra inni neroazzurri e una Mini Cooper rossa, ferma, fiera, dal tono nettamente british.
Con i piedi incastrati su mattonelle alternate, bianche e rosse.
Con i piedi misurati sui bordi dei marciapiedi, tra barchette di carte abbandonate.
Con i cavalletti sotto braccio. Quelli anelati, quelli prestati, quelli mai provati, quelli made in China e quelli forse da rivendere.
Tra fotografie mai sbagliate, fotografie azzeccate, fotografie sperimentate, fotografie costruite, fotografie pensate e fotografie progettate, mentre il giorno corrode i segni nuovi sul cuscino.
Tra la gelosia, il matrimonio, la libertà.
Tra uno spritz, un capperone e una mozzarellina al sapore di niente.
Tra una pizza Moulin Rouge e una birra gratis all’ombra di un giardino di plastica.
Tra Claudio Lolli, Stefano Rosso, geriatria e The XX.
E via, ricomincia da capo.
Metti questa calda sera d’estate.
E ricercala ogni notte.
Esattamente come stanotte.

In sottofondo You don’t know love – Editors

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La descrizione di un attimo.

A scuola, da piccolina, mi hanno insegnato che, nell’effettuare delle descrizioni, bisogna procedere con ordine. E dunque, scegliere un verso, una direzione, un lato da cui partire e muoversi sistematicamente. Qualcosa tipo sinistra- destra, alto-basso e/o viceversa.

Esci dalla direzione prescelta e saranno guai.

Una regola che mi hanno insegnato, che ho imparato, che ho applicato, che nel tempo ho ripassato, che talvolta ho eseguito tassativamente e molto spesso ho ignorato per salvaguardare le leggi emozionali che delineano ciò che stiamo guardando e che ci apprestiamo a descrivere.

Oggi, ad esempio ho le mie buone ragioni per trasgredire.

La scorsa domenica ho scattato una fotografia. Ho guardato il mondo attraverso un foro di 2 x 3 cm. Ho provato una sensazione strana. Ai limiti di un piacevole senso di claustrofobia.

Sullo sfondo campeggia una casetta di campagna, con tetto spiovente e patio anteriore. Una colonna centrale sembra dividerla perfettamente in due parti. Rosso mattone, bianco, un verde smeraldo e un verde più evanido. Questi i suoi colori.

Sotto il porticato ombroso, a sinistra, entro una specie di rettangolo luminoso, si stagliano due vecchie sedie di paglia e legno completamente invase dal sole. Esse reggono, rispettivamente, due borse e sono ferme lì, fiere e silenziose.

Tutto intorno ci sono forme colorate, forse cisterne, vasi, una siepe, un piccolo cactus.

Sotto i miei occhi, in primissimo piano, c’è un tavolo da ping pong rosso bordeaux. Nel suo angolo sinistro, due racchette arancioni, incrociate l’una sull’altra, preservano, forse dal vento, una piccola pallina, anch’essa arancione.

Al centro, una serie di piccoli triangoli lapidei e una bassa recinzione gialla, delimitano un mandorlo e un fico, appena indorati da un sole intenso, sicuramente pomeridiano. A sinistra, il mandorlo, dal tronco vigoroso e nodoso, distende i suoi rami, pieni di foglie slanciate e asciutte e di frutti impilati con cura entro il loro guscio vellutato. A destra gli vanno incontro i rami morbidi e lisci della pianta di fico, dalle foglie larghe e boriose, cosparsi qua e là di piccoli frutti. Stretti l’uno all’altro, essi paiono abbracciati, acclamati, tutt’intorno, dal rosmarino, dalle palme, dal pino, sotto una porzione di cielo che sembra zucchero filato.

Oltre quel foro di 2 x 3 cm ho guardato il mondo.

Ho guardato con attenzione. Ho cercato un’emozione. Ho scelto una porzione di mondo, quella senza leggi apparenti. L’ho fermata nella mia mente alla velocità di un clic. E l’ho descritta con trasgressione. Senza ordine, né principi. Seguendo i miei impulsi. E basta.

Secondo esercizio per il corso di fotografia.
Scritta ieri mattina.
In sottofondo
Save a prayer – Duran Duran

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