Articoli con tag maladomenica

(An)notazioni.

Ogni scelta è una rinuncia. – Dente –

Notare come le giornate, i pomeriggi, le serate, persino i weekend scorrano normali e felici, come se nulla fosse. Anche senza di me, per la fattispecie.

Notare come la mia assenza, l’assenza delle mie cose in casa, della mia voce nel telefono o nelle orecchie abbia la stessa consistenza di un velo trasparente ultrasottile.

Notare come la mia presenza avesse la stessa consistenza del piombo, sottoforma di sfera, legato ad una caviglia. Per la fattispecie.

Notare come le domande fossero l’apologia della retorica e il mio parere il manifesto dell’ignoranza. Subita, s’intende. Non è vero che si decide in due. A decidere è sempre e solo uno e, per la fattispecie, quell’uno non sono io.

Notare come il silenzio sia l’unica forma di comunicazione utilizzata con me. [Es. “Se tu scomparissi dalla mia vita, io ne morirei. E se invece fossi io a scomparire dalla tua?” Risposta non pervenuta. AKA: silenzio stampa.].

E notare tanta altra roba che di annotare non ho voglia..

Notare tutto questo mi fa specie. E rabbia. E mi rende delusa. E triste. E forse è giunta anche per me l’ora del silenzio.

Del resto a me i numeri pari non sono mai piaciuti, fossero arabi o romani.

Figuriamoci poi il numero due.

In sottofondo A Gothic Love Song – Current 93.

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Il mondo che vorrei.

L’unico mondo reale.
L’unico mondo possibile.
L’unico mondo sincero.
L’unico mondo sensibile.
L’unico mondo da cui l’uomo deve imparare.

L’unico mondo che vorrei.

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Accade sempre di domenica.

La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione. Il sapore di Negroamaro ancora sula punta della lingua e l’odore delle castagne bollenti sulle mani, nonostante le ore scivolate via vergognose.
La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione e i pensieri a scontrarsi irrequieti. Senza fame e senza sete a cercare una tregua. Una tregua da toccare, da sfiorare, da ascoltare, da immaginare, da assaporare. Anche senza realtà, senza entità, senza quantità. Una tregua raccontata, sussurrata, mescolata, truccata, dedicata, animata, musicata, respirata, profumata, accarezzata, pizzicata, sfacciata e telepatica.
La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione, la cioccolata, l’incenso, le canzoni condivise, il desiderio di un bagno bollente, i sorrisi nascosti in un cubo e le parole impilate a raffica.
La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione e un pomeriggio di domenica agrodolce trascorso nell’attesa del prossimo pezzo.

In sottofondo Oslo – Blonde Redhead

 


…turning me…and handle me…come through me…and close to me…

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La valigia da disfare.

Da luglio la mia valigia alberga piena al centro della mia caotica stanza.
E’ lì, fin dai primi weekend al mare . L’ho vuotata e riempita per la lunga trasferta estiva al mare, poi a Parigi, poi di nuovo al mare. E lì è rimasta pronta a ripartire per lo scavo. Pronta a seguirmi ancora, da brava compagna.
E nel frattempo pensavo che prima di disfarla sarebbero passate, da oggi, almeno tre settimane.
Invece oggi eccomi qui a fissarla, davanti a me, seduta sul pavimento con le gambe incrociate e gli occhi lucidi.
E’ giunto il momento di disfarla.
Quel momento che non amo particolarmente, che non mi piace per niente, che odio con tutta me stessa.
Solitamente aspetto almeno una settimana prima di vuotarla del tutto. Comincio a togliere le cose che mi servono più urgentemente, con calma serafica, senza grossi traumi, e lascio lì tutto il resto a farmi un’ipocrita compagnia.
Così facendo è come se prolungassi l’eco del viaggio, se ripetessi ogni giorno a memoria gli appunti presi e le emozioni strappate, è come se ricordassi senza sosta per paura di perdere ogni briciolo del più insignificante particolare.
Così facendo è come se continuassi a viaggiare, se continuassi a illudermi di ripartire, se cercassi di scacciare la quotidianità appollaiata sull’uscio della porta, ai piedi del mio letto muccato, se la tenessi lontana qualche giorno ancora, magari una settimana.
Così facendo è come se accorciassi il tempo, è come se fossimo già pronte a ripartire, senza troppo attendere.

Oggi però è diverso.
Oggi non ce la faccio, non riesco ad illudermi e la quotidianità è più forte del solito.
Oggi so che quel viaggio non ricomincerà mai più.
So che molti di quei vestiti rimarranno inutilizzati, dimenticati sul fondo di qualche cassettone.
So che molte di quelle emozioni, di quegli appunti, di quegli insignificanti particolari non torneranno.
So che la valigia è ormai rotta, consunta, sbiadita.

Non voglio svuotarla.
Forse la lascio così, massì.
Piena.
E la porto giù in cantina, insieme a tutte le altre valigie. Quella dei giochi, quella dei quaderni e quella dei miei vecchi vestiti.
Lì dove il tempo si è fermato.
E per riviverlo basta scegliere solo aprire una zip.

In sottofondo la radiolina che trasmette le partite di calcio

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La descrizione di un attimo.

A scuola, da piccolina, mi hanno insegnato che, nell’effettuare delle descrizioni, bisogna procedere con ordine. E dunque, scegliere un verso, una direzione, un lato da cui partire e muoversi sistematicamente. Qualcosa tipo sinistra- destra, alto-basso e/o viceversa.

Esci dalla direzione prescelta e saranno guai.

Una regola che mi hanno insegnato, che ho imparato, che ho applicato, che nel tempo ho ripassato, che talvolta ho eseguito tassativamente e molto spesso ho ignorato per salvaguardare le leggi emozionali che delineano ciò che stiamo guardando e che ci apprestiamo a descrivere.

Oggi, ad esempio ho le mie buone ragioni per trasgredire.

La scorsa domenica ho scattato una fotografia. Ho guardato il mondo attraverso un foro di 2 x 3 cm. Ho provato una sensazione strana. Ai limiti di un piacevole senso di claustrofobia.

Sullo sfondo campeggia una casetta di campagna, con tetto spiovente e patio anteriore. Una colonna centrale sembra dividerla perfettamente in due parti. Rosso mattone, bianco, un verde smeraldo e un verde più evanido. Questi i suoi colori.

Sotto il porticato ombroso, a sinistra, entro una specie di rettangolo luminoso, si stagliano due vecchie sedie di paglia e legno completamente invase dal sole. Esse reggono, rispettivamente, due borse e sono ferme lì, fiere e silenziose.

Tutto intorno ci sono forme colorate, forse cisterne, vasi, una siepe, un piccolo cactus.

Sotto i miei occhi, in primissimo piano, c’è un tavolo da ping pong rosso bordeaux. Nel suo angolo sinistro, due racchette arancioni, incrociate l’una sull’altra, preservano, forse dal vento, una piccola pallina, anch’essa arancione.

Al centro, una serie di piccoli triangoli lapidei e una bassa recinzione gialla, delimitano un mandorlo e un fico, appena indorati da un sole intenso, sicuramente pomeridiano. A sinistra, il mandorlo, dal tronco vigoroso e nodoso, distende i suoi rami, pieni di foglie slanciate e asciutte e di frutti impilati con cura entro il loro guscio vellutato. A destra gli vanno incontro i rami morbidi e lisci della pianta di fico, dalle foglie larghe e boriose, cosparsi qua e là di piccoli frutti. Stretti l’uno all’altro, essi paiono abbracciati, acclamati, tutt’intorno, dal rosmarino, dalle palme, dal pino, sotto una porzione di cielo che sembra zucchero filato.

Oltre quel foro di 2 x 3 cm ho guardato il mondo.

Ho guardato con attenzione. Ho cercato un’emozione. Ho scelto una porzione di mondo, quella senza leggi apparenti. L’ho fermata nella mia mente alla velocità di un clic. E l’ho descritta con trasgressione. Senza ordine, né principi. Seguendo i miei impulsi. E basta.

Secondo esercizio per il corso di fotografia.
Scritta ieri mattina.
In sottofondo
Save a prayer – Duran Duran

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Chiodi.

Ci sono pensieri che proprio non ti danno tregua. Ci sono pensieri così forti che prendono forma. Che premono sul petto, sulla schiena, lungo la pancia fino a salire sulla gola, a graffiare nella gola, dove fanno più male.
Ci sono pensieri dolci di miele, sbagliati come un controsenso, anelati come un thè freddo in piena estate, agri e dolci come l’incenso e il cioccolato, pungenti come l’acqua che ti sorprende in un pomeriggio placido, quando sei senza ombrello, scuri come un corridoio senza luci, luminosi come l’antica corte interna di un vecchio palazzo subito dopo le sei di pomeriggio. Ci sono pensieri pensati fino a non dormire la notte. Fino a volerne ancora, quando non puoi averne. Quando bisogna scappare, senza guardarsi indietro. Ci sono pensieri sbirciati, quando non puoi guardarli dritti negli occhi.
Ci sono pensieri strani, che prosciugano la saliva, che accarezzano le dita, che scivolano nello stomaco con un bicchiere d’acqua senza bollicine.
Ci sono pensieri che vorresti ancora, che ti tormentano, che si inchiodano, che accantoni e che spuntano all’improvviso. Mentre, di domenica pomeriggio, fuori piove ancora.

In sottofondo Well I Wonder – The Smiths

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I giorni di festa.

Da qualche tempo non riesco più a godermi i giorni di festa. Ci riflettevo oggi.
Oggi che è Pasqua. Una Pasqua soleggiata e ventilata, a casa, con la mia famiglia, semplice e calda.
Per pranzo ho preparato un antipastino mentre mamma friggeva i carciofi in veranda. Papà era sulla sua poltrona a leggere il suo librone di turno e mia sorella in camera davanti al pc. Otto faceva la spola come al solito, tra il tavolo con l’antipasto e la cucina con i carciofi.
Per questa Pasqua ho espresso per la prima volta un desiderio: che sulla nostra tavola non ci fossero agnelli o capretti. I miei mi hanno accontentata e questo mi ha rasserenata molto.
Ma nel silenzio pacato dei preparativi, sotto il tetto picchiato dal sole e l’odore di buono nelle stanze, mi sono resa conto di essere tutt’altro che tranquilla. Oggi è un giorno di festa ed io non me lo sto godendo. Mi sento irrequieta e  il germe dell’ansia di turno ha preso il sopravvento, proprio adesso. Nel bel mezzo della mia digestione senza agnelli e capretti. Tra cioccolata e carciofi fritti.
Ce l’ho con me in realtà. Sto facendo i conti con me.
E’ il momento dell’insoddisfazione, del rimpianto, del rimorso, dei se e dei ma aggrovigliati al mio intestino.
E’ il momento delle recriminazioni, delle scazzottate tra sogni e scelte.
E’ il momento della bilancia per le decisioni, della sfera di cristallo per i progetti, della seduta spiritica per ciò che tempo fa, decisa, ho rifiutato.
E’ il momento dell’esame di maturità del mio carattere, l’ennesimo, a scadenza annuale. Forse ho fatto bene. Forse avrei potuto aspettare. Forse ho fatto davvero una grande cazzata.
Ripenso al lavoro in redazione. Tanti mesi di crescita, di fatica, di feste sacrificate, di idee germogliate, di soldi abortiti, di polemiche, di prese per il culo, di entusiasmo e di disincanto. Ci avevo creduto per davvero. Solita ingenua del cavolo.
La scrittura, nella mia scalata verso il successo occupava il secondo posto, immediatamente dopo l’archeologia.
Ma la mia determinazione, la mia dannata, serrata, irremovibile determinazione non sa tenersi un cece in bocca.
Non sa più accettare promesse, compromessi e contratti a tempo da determinare.
Ha preso il sopravvento sui miei sogni e non riesco più a frenarla.
Ha intorpidito il mio podio del successo e bloccato qualsiasi mia ambizione di tipo professionale.

Oggi però è un giorno di festa.
Per la mia determinazione è festa.

E a me tocca fare i conti con i miei sogni.

In sottofondo Ask – The Smiths

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