Articoli con tag maturità

La valigia da disfare.

Da luglio la mia valigia alberga piena al centro della mia caotica stanza.
E’ lì, fin dai primi weekend al mare . L’ho vuotata e riempita per la lunga trasferta estiva al mare, poi a Parigi, poi di nuovo al mare. E lì è rimasta pronta a ripartire per lo scavo. Pronta a seguirmi ancora, da brava compagna.
E nel frattempo pensavo che prima di disfarla sarebbero passate, da oggi, almeno tre settimane.
Invece oggi eccomi qui a fissarla, davanti a me, seduta sul pavimento con le gambe incrociate e gli occhi lucidi.
E’ giunto il momento di disfarla.
Quel momento che non amo particolarmente, che non mi piace per niente, che odio con tutta me stessa.
Solitamente aspetto almeno una settimana prima di vuotarla del tutto. Comincio a togliere le cose che mi servono più urgentemente, con calma serafica, senza grossi traumi, e lascio lì tutto il resto a farmi un’ipocrita compagnia.
Così facendo è come se prolungassi l’eco del viaggio, se ripetessi ogni giorno a memoria gli appunti presi e le emozioni strappate, è come se ricordassi senza sosta per paura di perdere ogni briciolo del più insignificante particolare.
Così facendo è come se continuassi a viaggiare, se continuassi a illudermi di ripartire, se cercassi di scacciare la quotidianità appollaiata sull’uscio della porta, ai piedi del mio letto muccato, se la tenessi lontana qualche giorno ancora, magari una settimana.
Così facendo è come se accorciassi il tempo, è come se fossimo già pronte a ripartire, senza troppo attendere.

Oggi però è diverso.
Oggi non ce la faccio, non riesco ad illudermi e la quotidianità è più forte del solito.
Oggi so che quel viaggio non ricomincerà mai più.
So che molti di quei vestiti rimarranno inutilizzati, dimenticati sul fondo di qualche cassettone.
So che molte di quelle emozioni, di quegli appunti, di quegli insignificanti particolari non torneranno.
So che la valigia è ormai rotta, consunta, sbiadita.

Non voglio svuotarla.
Forse la lascio così, massì.
Piena.
E la porto giù in cantina, insieme a tutte le altre valigie. Quella dei giochi, quella dei quaderni e quella dei miei vecchi vestiti.
Lì dove il tempo si è fermato.
E per riviverlo basta scegliere solo aprire una zip.

In sottofondo la radiolina che trasmette le partite di calcio

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Non basta più.

Non una lacrima. Solo un senso di peso sullo stomaco, vuotato appena imboccata la strada diritta che costeggia la riva di sabbia e sale.
Non una lacrima. Solo tanta stanchezza nelle ossa e nei polmoni.
Non una lacrima. Solo un groviglio di dubbi, domande e certezze.
La vita cambia, i pensieri cambiano, i desideri cambiano, le persone cambiano, i sentimenti cambiano. Ed io con loro.
Me ne rendo conto ogni weekend, da qualche settimana a questa parte.
Non bastano le pietre, la terra, l’odore di umido, il senso di sorpresa costante, lo stomaco bruciato da un olio strano, il fresco della mattina appena nata, le chiacchiere rimbalzate nell’eco di notti sempre troppo brevi.
Non più.
Non se sono sola.
Non se lontano da lui, da lei, dai miei, dal mio cane, dalle mie giornate, dalle mie fotografie, dalle mie boccette di profumo in fila sulla mensola affollata, dalle mie parole scritte, pensate, disegnate, sognate, dagli amici, quelli veri, quelli seri, quelli vecchi e quelli nuovi, dai miei ragazzi a scuola, dalle strade della mia città, dalla musica a palla, dalla musica dal vivo, dalla musica sempre nelle orecchie, dai pranzi e dalle cene vere, dai sogni goduti, dai progetti costruiti ogni singola ora.
Oggi sono stanca di credere.
Oggi sono stanca di incazzarmi.
Oggi sono stanca di far finta di nulla.
Oggi sono stanca di essere comprensiva.
Oggi sono stanca di essere diplomatica.
Oggi sono stanca. Stanca di tante cose.
Cose per cui non c’è spazio nella mia vita.

Qualche giorno fa ho sognato un serpente.
E i miei sogni non sbagliano mai.

In sottofondo Sleeping with ghosts – Placebo

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Sex and the city, gli uomini, l’atarassia.

Eppure c’è Sex and the city.
Abbiamo guardato per anni i suoi episodi. Tutti. In tutte le ore del giorno.
Abbiamo collezionato i suoi episodi preziosamente. Per avere un punto di riferimento. Un vademecum da rivedere all’occorrenza.
Doveva essere tutto più facile, più chiaro.
Ma, a quanto pare, l’indottrinamento non è stato abbastanza efficace.
Le parole sono le stesse, le immagini sono le stesse, le lacrime sono le stesse, le speranze spezzate sono le stesse, le promesse mancate sono le stesse, i dolori poco più sù dello stomaco sono gli stessi, gli errori sono esattamente gli stessi.
Gli uomini sono gli stessi. Anche quelli che credevi diversi.
Hanno età diverse, stature corporee diverse, bellezze diverse, voci diverse, culture diverse, fanno lavori diversi, guidano automobili diverse, indossano vestiti diversi, ascoltano musica diversa.
Ma sono tutti esattamente uguali.
Sono gli stessi uomini che abbiamo incontrato nelle nostre vite passate, che abbiamo sentito citare dalle nostre amiche migliori, che abbiamo letto sui giornali scandalistici, che abbiamo dimenticato con tutte noi stesse, ma evidentemente non ci hanno mai abbandonate. Loro che ci hanno lasciate perchè siamo troppo perfette. Perchè siamo la donna giusta nel momento sbagliato. Perchè siamo troppo per loro. Perchè vogliono solo scopare. Perchè non sanno scopare. Perchè hanno smesso di amare. Perchè non l’hanno mai fatto. Perchè non sanno farlo.
Sono gli stessi uomini che ci hanno abbandonato sole in stazione, che si sono tenuti i nostri orecchini dimenticati sul comodino dopo una serata che credevi fosse un inizio.
Sono gli stessi uomini con cui almeno una volta hai organizzato un matrimonio, dei figli, un cagnolone e una splendida casa piena di fotografie.
Sono gli stessi uomini per cui hai acquistato una quantità indefinibile di vestiti e scarpe, che adesso osservi e non sai se metterai mai, o mai più.
Sono gli stessi uomini che ti hanno promesso, che ti hanno promesso, e che ti hanno promesso ancora. Ma non hanno mai mantenuto.
Sono gli stessi uomini con i quali hai prenotato una vacanza che probabilmente faranno con un’altra.
Sono gli stessi uomini che hanno tolto tutto il mondo, pezzo dopo pezzo, sotto il tuo tacco 12.
Sono gli stessi uomini che hanno desaturato le pareti delle tue giornate infinite.
Sono gli stessi uomini che ti voltano le spalle e che sei certa non sentirai più.
Sono gli stessi uomini che hanno paura di prendersi sul serio.
Sono tutti quegli uomini imperturbabili dinanzi alle passioni.
Ottusamente convinti che stando con te dovranno rinunciare alla loro vita passata.

Sono tutti quegli uomini veri.
Esattamente come la finzione.

In sottofondo Wrong – Depeche Mode

Dedicato a Te che non sei tutto questo.
E a Te che meriti il contrario di tutto questo.

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The dark side of myself.

Sono stanca. Mentalmente sfinita.
Ho bisogno di staccare. Lontano o no, ho bisogno di curarmi un po’.
Nel frattempo cerco un nuovo abitino.
Il bianco mi ha stufato.

In sottofondo la TV che rumoreggia in cucina.

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La mia terza maturità (?).

Questo blog parla chiaro. Ormai non ho più un minuto per me. Per guardarmi dentro, per analizzarmi, per parlarmi un po’, per raccontarmi quello che di nuovo accade.
Questa mattina nel pullman ci riflettevo sù.
Non scrivo più, non leggo, più, fotografo poco e mi informo ancor meno.
I giorni si consumano beffardi ed io consumo i miei giorni per la gloria di gente passiva, ansiosa e incapace di recitare il proprio ruolo in questa farsa che è la loro vita. Gente che non sa insegnare, che non sa gestire i propri compiti, che non sa fare il genitore, che non è in grado di affrontare la maturità senza coniugare con ossessiva ripetitività il verbo “COPIARE”. Gente che non sa usare un banale programma di videoscrittura, che non sa tradurre dal greco antico, che passa il tempo a postare inutili frasi sgrammaticate su Facebook, che non vuole fare i compiti in classe di italiano, che lascia scappare il figlio e poi lo viene a cercare da te. In un tranquillo pomeriggio di pioggia.
Non ho il tempo necessario neanche a fare il cambio di stagione. Io.
Non ho tempo per una passeggiata, una chiacchiera con la mia più cara amica, per cercarmi un lavoro meno precario, per mandare curricula, per andare al cinema, per iniziare quel romanzo che alberga in me da anni. Io.
E’ un anno che va avanti così, ma gli ultimi mesi sono stati di gran lunga i più terribili.
Forzatamente e fortunatamente sono riuscita a ritagliarmi un’ora al giorno, ogni giorno, per andare in palestra o al corso di fotografia. Per non uccidere totalmente il mio amor proprio, per non troncare una relazione che ormai vacilla da tempo, quella con me stessa.
L’ora in cui picchio forte contro il sacco per rinvigorire le braccia, per prosciugare la pancia, per addrizzare la schiena.
L’ora in cui scendo nel mio sottomondo per aprire gli occhi, per imparare a guardare dove gli altri non vedono, per fissare l’attimo che fugge.
Ma un’ora non basta. Un’ora, paragonata ad una vita, non basta.
Questa mattina nel pullman ci riflettevo sù.
Devo riprendere il controllo del mio tempo, renderlo meno permeabile a queste inutili infiltrazioni che mi succhiano le ore, i giorni, i mesi.
Di tutto il resto, d’ora in poi, mi importerà poco.
Deve importarmi poco.
Del resto, la maturità l’ho presa già da un pezzo. Io.

In sottofondo Fragile tension – Depeche Mode

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