Articoli con tag moi

Mipiace/nonmipiace.

Mi piace.

Il sole che si specchia sul piumone appena apri la finestra.
La kinder paneciok nel caffelatte nella tua tazza muccata al mattino.
Una passeggiata tra le bancarelle del mercato del sabato mano nella mano con il tuo fidanzato.
Una busta piena di profumatori per ambienti al gusto di fresia, gelsomino e agrumi.
Le chiacchiere e le risate sempre sotto il sole, sempre con lui, sempre con le mani incrociate.
Due ragazzini abbracciati per strada, con le cartelle buttate a terra.
Il volto rilassato dei ragazzi all’uscita di scuola. Di sabato. Che bello.
Due amiche in tuta da ginnastica, con una lettera in mano da leggere insieme, mentre corrono intorno ai primi alberi in fiore.
La felicità di un bimbo con il grembiulino blu tutto stropicciato perchè la sua mamma, all’uscita di scuola, gli ha fatto una sorpresa: un pacco di figurine per il suo album.
Il ricordo dell’odore delle figurine appena scartate quando la mia mamma me le faceva trovare all’uscita di scuola. Quando il mio grembiulino, tutto stropicciato, era bianco.
I miei genitori che parlano dei Rolling Stones a tavola e mio padre, che di musica, non ne sbaglia una.
La voce di De Andrè in sottofondo.
Il pensiero di un concerto imminente. Uno dei più attesi. E l’idea delle foto che scatterò.
L’attesa trepidante di una serata in mostra.

Non mi piace.

Il Giappone, il terremoto, lo tsunami, le centrali nucleari. Se i Maya avranno avuto ragione sarà solo grazie all’uomo.
L’umore di chi amo distorto da risposte che non arrivano.
L’eco di serate poco piacevoli che non ha senso ripetere.
La mancanza di condivisione.
Un locale in passato tanto amato. La puzza di fritto mista a qualcosa di non meglio identificato ha contaminato anche i miei organi interni.
L’esame di inglese.
Le rotture via mail di sabato pomeriggio.
Ma, più di tutto, le cose che non capisco.

E che forse è meglio non capire.

In sottofondo Dolcenera – Fabrizio De Andrè.

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Considerazioni in ordine sparso.

E’ stata una giornata densa di pensieri e riflessioni, questa che volge al termine. Pensieri e riflessioni di un certo tenore che ritengo di dover appuntare, onde evitare l’oblio che mi condurrebbe, in taluni casi, di nuovo a sbagliare.

Comincerò dall’ultima considerazione, fresca di serata.
Certi maschi sono stronzi a tal punto da rasentare l’agonismo. Roba da mondiali, anzi no, da Olimpiadi.
Sono quelli che vagano per il mondo con una maschera in tasca, pronta per ogni occasione: il fidanzato modello, il fidanzato saggio, il fidanzato generoso, il fidanzato premuroso, il fidanzato coccolone, il fidanzato moderno. Ma alla prima certezza di averti in pugno: zac! Via la maschera e sotto il vestito? Niente. Solo la faccia di uno stronzo.
Ed io la faccia dello stronzo ce l’ho bene in mente. D’ora in poi qualsiasi faccia di stronzo avrà quella faccia. Stronzo.

Riflettevo poi sulla differenza tra l’essere amico di qualcuno e fare l’amico di qualcuno. A questa idea proprio non riesco ad abituarmi e puntualmente eccola là, la fregatura.
Vedremo.

A proposito della caducità delle amicizie, poi, ho pensato all’invidia. A quel sentimento frustrante che, ahimè, perseguita le nostre vite. L’invidia è la tomba dei rapporti umani. In particolare dei rapporti di amicizia. Sono due parole che non possono stare a contatto, sennò scoppia un casino. Se c’è amicizia non c’è invidia. Se c’è invidia non c’è amicizia. Roba di proporzionalità inverse, credo.

E poi pensavo alla spocchia, all’arroganza di certi personaggi, personaggi che si atteggiano a maestri, ma maestri di cosa, mi chiedo? Mbah.
Non mi sono mai ritenuta una scrittrice perchè scrivo su questo o su quel blog.
Non mi sono mai ritenuta una chitarrista perchè so fare il “giro di DO”.
Non mi sono mai ritenuta una pittrice perchè mi piace scarabocchiare margherite su pezzi di carta trovati qua e là.
Non mi sono mai ritenuta una pasticcera perchè ho imparato a fare la torta cioccomenta, quella al vino e cannella o la cheesecake.
Non mi sono mai ritenuta una fotografa perchè ho la passione della fotografia.

Ergo, che senso ha salire in cattedra, sputare sentenze altisonanti e credersi l’ultimo genio in materia? Tutto ciò mi provoca ilarità. Sana e genuina ilarità.

Perchè è l’umiltà che manca all’uomo e alla donna medi, oggigiorno.

Ma è l’umiltà che rende maestri. Grandi maestri.

Al mio fidanzato che non porta maschere,
ai miei amici che sono amici,
alle mie più care amiche che ignorano la parola invidia,
al mio maestro che “sussurra solo a chi può comprendere“.

In sottofondo Hello goodbye – The Beatles.

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(An)notazioni.

Ogni scelta è una rinuncia. – Dente –

Notare come le giornate, i pomeriggi, le serate, persino i weekend scorrano normali e felici, come se nulla fosse. Anche senza di me, per la fattispecie.

Notare come la mia assenza, l’assenza delle mie cose in casa, della mia voce nel telefono o nelle orecchie abbia la stessa consistenza di un velo trasparente ultrasottile.

Notare come la mia presenza avesse la stessa consistenza del piombo, sottoforma di sfera, legato ad una caviglia. Per la fattispecie.

Notare come le domande fossero l’apologia della retorica e il mio parere il manifesto dell’ignoranza. Subita, s’intende. Non è vero che si decide in due. A decidere è sempre e solo uno e, per la fattispecie, quell’uno non sono io.

Notare come il silenzio sia l’unica forma di comunicazione utilizzata con me. [Es. “Se tu scomparissi dalla mia vita, io ne morirei. E se invece fossi io a scomparire dalla tua?” Risposta non pervenuta. AKA: silenzio stampa.].

E notare tanta altra roba che di annotare non ho voglia..

Notare tutto questo mi fa specie. E rabbia. E mi rende delusa. E triste. E forse è giunta anche per me l’ora del silenzio.

Del resto a me i numeri pari non sono mai piaciuti, fossero arabi o romani.

Figuriamoci poi il numero due.

In sottofondo A Gothic Love Song – Current 93.

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Le ore.

Le ore fredde e quelle appena più tiepide.
Le ore gialle e poi d’improvviso, sorprendentemente, le ore bianche.
Le ore umide, quelle zuppe e quelle ventose, che ti scompigliano i capelli appena stirati.
Le ore sola nei tuoi nascondigli e quelle nella confusione di luci, campanelle, buste, pacchi e persone affannate, felici ma anche no.
Le ore a rimettere a posto sempre troppe cose e quelle in cui vorresti mettere solo disordine. Anche solo qualcosina.
Le ore a chiacchierare e quelle ad ascoltare.
Le ore in silenzio e quelle ad assordarsi di musica, vecchia, nuova, sconosciuta, ripetuta a memoria.
Le ore sul letto e quelle in cui vorresti solo ballare.
Le ore a bere birra senza sosta e quelle della tisana o della cioccolata bollente.
Le ore del the bianco, della mimosa e dell’olio di avocado sulla pelle umida.
Le ore a guardare fotografie e le ore a scattarle.
Le ore a scrivere e quelle a leggere.
Le ore ad architettare, a combinare, a immaginare, e poi, di botto, quelle in cui ti ritrovi a dover fare.
Le ore a guardare, ad osservare, a scrutare.
Le ore con la nebbia sul balcone e quelle, ormai poche, con i raggi bollenti.
Le ore dei massaggi, quelle della sauna e quelle in una piscina bollente. Tra mille bolle colorate.
Le ore con la gola in fiamme e quelle con la testa in fumo.
Le ore dei se, dei ma, dei forse e quelle dei chissà.
Le ore con la carta colorata, con i fiocchi e con il nastro adesivo appiccicato ovunque.
Le ore dei collant a pois e quelle dei collant blu elettrico.
Le ore a comprare il vino e quelle a chiacchierare col terzo piano.
Le ore piene e quelle vuote.
Le ore leggere e quelle pesanti.
Le ore sensate e quelle insensate.
E poi d’improvviso le ore inattese.
Belle. Brutte. Ibride.

In sottofondo Lope – Sad Lovers and Giants

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Accade sempre di domenica.

La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione. Il sapore di Negroamaro ancora sula punta della lingua e l’odore delle castagne bollenti sulle mani, nonostante le ore scivolate via vergognose.
La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione e i pensieri a scontrarsi irrequieti. Senza fame e senza sete a cercare una tregua. Una tregua da toccare, da sfiorare, da ascoltare, da immaginare, da assaporare. Anche senza realtà, senza entità, senza quantità. Una tregua raccontata, sussurrata, mescolata, truccata, dedicata, animata, musicata, respirata, profumata, accarezzata, pizzicata, sfacciata e telepatica.
La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione, la cioccolata, l’incenso, le canzoni condivise, il desiderio di un bagno bollente, i sorrisi nascosti in un cubo e le parole impilate a raffica.
La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione e un pomeriggio di domenica agrodolce trascorso nell’attesa del prossimo pezzo.

In sottofondo Oslo – Blonde Redhead

 


…turning me…and handle me…come through me…and close to me…

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Una dedica con il singhiozzo.

Un paio d’anni fa e poco più.
Una strada lunga e scura dritta nella pancia della terra più interna.
Una strada lunga e scura, un’auto piena di amici.
Una strada lunga e scura, un’auto piena di amici, tante parole e risate che neanche le conti.
Era una sera di primavera. Un mercoledì, o un giovedì, forse un venerdì sera verso l’ennesimo concerto.

Un paio d’anni fa e poco più, nell’oscurità di quel frastuono, ascoltai in anteprima Cade la pioggia dei Negramaro. Di lì a poco sarebbe uscito il nuovo album ed io ascoltavo un pezzo in anteprima. Roba da rimbalzare come una pallina inferocita.
Ma poco mi importava del pezzo a dir la verità. Non in quell’istante buio, chiassoso e primaverile.
Ciò che contava era la telefonata, il pensiero, la voglia di condivisione, il desiderio di regalare qualcosa che sarebbe rimasto. Perchè ascoltare quella canzone, di lì in poi, avrebbe suggerito un’associazione immediata a quella telefonata, a quella persona, a quel regalo. Con sorriso a seguire.

Un paio di giorni fa è stato pubblicato su internet il nuovissimo singolo dei Negramaro, Sing-hiozzo. E, nonostante la canzone sia cambiata, l’associazione a quella stessa persona è stata immediata. Non so perchè.
Forse perchè questo singolo, l’altroieri proprio non me lo aspettavo, e mi è sembrato un regalo. Esattamente come quel regalo al telefono. Forse perchè si tratta dei Negramaro, forse perchè è autunno, forse perchè fuori era buio e dentro c’era frastuono. Forse perchè ho trattenuto il fiato senza rendermene conto per 4 minuti e un secondo e poi ho sorriso per chissà quanti altri minuti fissando uno schermo immobile. Forse perchè vuoi bene come quel giorno e te ne accorgi adesso più che mai. Forse perchè le persone che vedi poco hanno un valore inestimabile e ineguagliabile. Forse perchè hai voglia di quei giorni là. E anche di quelle sere in quattro sotto la grandine, nel pub irlandese preferito. Forse perchè, hai visto mai. Forse perchè sta per cambiare qualcosa.
Perchè si sa, i Negramaro, per noi, sono come i mosconi in casa: portano sempre novità.

Io sono pronta.
E nel frattempo canticchio di già.

In sottofondo Head down – Nine Inch Nails

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Pubblicità occulta.

Appello per tutti gli amici di Facebook che passano curiosi di qui: se vi piace questa mia foto, votatela. Basta un solo clic.

http://apps.facebook.com/nikon-whoareyou/?pic=6874&ref=mf

Denkiu.

In sottofondo il silenzio di un lunedì pomeriggio.

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