Articoli con tag odori

Che sapore ha la felicità?

Il tuo film preferito. Preferito perchè la protagonista è praticamente la versione più famosa di te stessa. Preferito, perchè è il primo film che hai visto con lui, stretti sul divano bianco.
Le foto di una giostra retrò, con cavalli e carrozze rosa antico e giallo.
Le vie di Parigi che ti sembra di conoscere da una vita, anche se nella tua vita le hai attraversate solo una volta.
Quella musica là, quella che ti emoziona ogni volta, che riconosceresti anche al silenzio, la tua preferita tra le preferite.
E poi un messaggio inaspettato, un volantino in ascensore, l’odore di erba appena tagliata e quello di bucato fresco tra le lenzuola viola, il sole sempre più lento, i progetti tra photoshop ed electrowave tedesca, le cene da fare tutti insieme, lo sciroppo da scegliere per la torta con le scaglie di cioccolato fondente, e i desideri misti a voglia.
Ed ecco un sorriso sul cuscino.
Agre sulla punta della lingua.
Dolce giù, dentro la gola.
Come la felicità.
Bonne nuit.

In sottofondo Yann Tiersen – J’y suis jamais allè.

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Accade sempre di domenica.

La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione. Il sapore di Negroamaro ancora sula punta della lingua e l’odore delle castagne bollenti sulle mani, nonostante le ore scivolate via vergognose.
La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione e i pensieri a scontrarsi irrequieti. Senza fame e senza sete a cercare una tregua. Una tregua da toccare, da sfiorare, da ascoltare, da immaginare, da assaporare. Anche senza realtà, senza entità, senza quantità. Una tregua raccontata, sussurrata, mescolata, truccata, dedicata, animata, musicata, respirata, profumata, accarezzata, pizzicata, sfacciata e telepatica.
La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione, la cioccolata, l’incenso, le canzoni condivise, il desiderio di un bagno bollente, i sorrisi nascosti in un cubo e le parole impilate a raffica.
La testa come sempre sull’orlo di una rivoluzione e un pomeriggio di domenica agrodolce trascorso nell’attesa del prossimo pezzo.

In sottofondo Oslo – Blonde Redhead

 


…turning me…and handle me…come through me…and close to me…

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Impressioni di Ottobre.

Da un paio di giorni è arrivato l’autunno. Quello vero. Con il cielo imbronciato, la pioggia intrepida e il freddo sfacciato.
Quello delle felpine vecchie in casa, dei calzini contro la gelatura dei piedi, delle copertine di lana impilate una su l’altra, mentre tu ci dormi beatamente sotto.
Quello del thè caldo aromatizzato alla metà del pomeriggio, del sere chiusi in casa e delle montagne di DVD da guardare placidi e stretti sul letto.
Quello della luce sempre più corta oltre il vetro ormai chiuso, degli odori delle verdure più buone preparate in cucina dalla mamma, del rumore dei programmi della RAI dalle 19 in poi.
Quello della malinconia mentre guardi le foto dell’estate a Parigi, dei concerti al chiuso del Demodè con una birra in mano, delle chiacchiere sotto i portici con l’amica più cara.
Quello dell’ennesimo cambio di stagione (ma gli abiti estivi non li avevo tirati fuori la settimana scorsa?), dell’ennesima grossa pulizia e della corsa ai nuovi abiti da comprare e da infilare negli spazi vacanti di un armadio che ne ha viste di tutti i colori.
Quello dei grandi classici del rock’n’roll nello stereo, degli appuntamenti segnati su una Moleskine che giunge ormai al termine, dei film in prima visione in tv.
Quello dei ricordi di quando ero piccola, quando il cortile chiudeva i cancelli ai giochi e il lumino sulla scrivania si accendeva per far spazio ai compiti, tra un sorso di lattecaffè caldo e una merendina al cacao.
Quello del diario appena comprato, della cartella appena lavata e del profumo della scatola dei pastelli nuova di zecca.
Quello dell’eco vivido e scandito di siffatti ricordi, come se appartenessero ad un passato molto prossimo.

Da un paio di giorni è arrivato l’autunno. In fondo non è poi così male.

In sottofondo Lighthouse – Interpol

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Bonne nuit.

Una notte non lontano dal mare.
Una notte vicinissima al mare, tra una pista ciclabile che forse sarà e giovani coppie di sposi a bordo di roboanti treruote.
Una notte di un luglio che sa di afa e salato, tra le 22 e le 3 di notte, o forse più.
Una notte, due automobili, cinque anime. E le risate, le parole, i rumori a rincorrersi nell’ombra delle loro eco quando tutto è buio. Quando tutto è rosso. Quando tutto comincia a vedersi dopo cinque minuti, forse sette.
Una notte su strade senza asfalto, tra erbacce e secchi vuoti, illuminati da quattro luci messe in fila.
Una notte in una fabbrica semiabbandonata, tra vetri rotti, lavelli impilati senza armonia e scale che non portano da nessuna parte. Almeno lì, dove gli alberi crescono sotto i tetti di cemento armato, alti e severi.
Una notte in un posto stregato, ammaliato e ammaliante, tra sogni che si sono avverati e sogni che si avvereranno. Tra paure, tra ombre lente, tra cani che abbaiano tristi, per la loro vita serrata lì dove la vita smette di vivere alle 18 di ogni giorno.
La notte dei tre CRE: crest, cremino, crecker.
Una notte sul lungomare, di fronte a un baretto che fa rumore, su una panchina a dire cose, a raccontarsi pezzi di storie, a immaginare un inverno per fortuna ancora troppo lontano.
Una notte su treppiedi montati male, dietro occhi che imprimono forti emozioni.
Una notte di nascosto, dove si sta bene, ma si ha paura. Dove si scappa, ma non si vede l’ora di tornare. Dove si scacciano le streghe e si salutano le fate.
Una notte, quella notte.
Una notte, domani notte.

In sottofondo Lighthouse – Interpol

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La descrizione di un attimo.

A scuola, da piccolina, mi hanno insegnato che, nell’effettuare delle descrizioni, bisogna procedere con ordine. E dunque, scegliere un verso, una direzione, un lato da cui partire e muoversi sistematicamente. Qualcosa tipo sinistra- destra, alto-basso e/o viceversa.

Esci dalla direzione prescelta e saranno guai.

Una regola che mi hanno insegnato, che ho imparato, che ho applicato, che nel tempo ho ripassato, che talvolta ho eseguito tassativamente e molto spesso ho ignorato per salvaguardare le leggi emozionali che delineano ciò che stiamo guardando e che ci apprestiamo a descrivere.

Oggi, ad esempio ho le mie buone ragioni per trasgredire.

La scorsa domenica ho scattato una fotografia. Ho guardato il mondo attraverso un foro di 2 x 3 cm. Ho provato una sensazione strana. Ai limiti di un piacevole senso di claustrofobia.

Sullo sfondo campeggia una casetta di campagna, con tetto spiovente e patio anteriore. Una colonna centrale sembra dividerla perfettamente in due parti. Rosso mattone, bianco, un verde smeraldo e un verde più evanido. Questi i suoi colori.

Sotto il porticato ombroso, a sinistra, entro una specie di rettangolo luminoso, si stagliano due vecchie sedie di paglia e legno completamente invase dal sole. Esse reggono, rispettivamente, due borse e sono ferme lì, fiere e silenziose.

Tutto intorno ci sono forme colorate, forse cisterne, vasi, una siepe, un piccolo cactus.

Sotto i miei occhi, in primissimo piano, c’è un tavolo da ping pong rosso bordeaux. Nel suo angolo sinistro, due racchette arancioni, incrociate l’una sull’altra, preservano, forse dal vento, una piccola pallina, anch’essa arancione.

Al centro, una serie di piccoli triangoli lapidei e una bassa recinzione gialla, delimitano un mandorlo e un fico, appena indorati da un sole intenso, sicuramente pomeridiano. A sinistra, il mandorlo, dal tronco vigoroso e nodoso, distende i suoi rami, pieni di foglie slanciate e asciutte e di frutti impilati con cura entro il loro guscio vellutato. A destra gli vanno incontro i rami morbidi e lisci della pianta di fico, dalle foglie larghe e boriose, cosparsi qua e là di piccoli frutti. Stretti l’uno all’altro, essi paiono abbracciati, acclamati, tutt’intorno, dal rosmarino, dalle palme, dal pino, sotto una porzione di cielo che sembra zucchero filato.

Oltre quel foro di 2 x 3 cm ho guardato il mondo.

Ho guardato con attenzione. Ho cercato un’emozione. Ho scelto una porzione di mondo, quella senza leggi apparenti. L’ho fermata nella mia mente alla velocità di un clic. E l’ho descritta con trasgressione. Senza ordine, né principi. Seguendo i miei impulsi. E basta.

Secondo esercizio per il corso di fotografia.
Scritta ieri mattina.
In sottofondo
Save a prayer – Duran Duran

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Metti una domenica di primavera…

La domenica non mi piace.
Lo ribadisco.
Mi mette ansia, è vorace e spietata.
Oggi è domenica.
Ed è il primo giorno di  primavera.
Il sapore mi sembra diverso, e l’ansia mi sembra più diluita.
Stamattina mi sono svegliata persino di buon ora.
L’aria fuori è tiepida e luminosa.
Il lungomare è affollato di gente che passeggia, che corre, che si bacia, che porta a spasso il proprio cane, che respira serena.
Il mare è leggermente crespo, ha un profumo intenso, invadente.
Le auto camminano piano, senza fretta.
Il baretto sulla spiaggia è più movimentato.
Stranamente è domenica.
Ed è bello.

In sottofondo The Chauffeur – Duran Duran

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